21 Luglio 2009
Coldiretti: un pacchetto di proposte per difendere l’agroalimentare lucano

Un pacchetto di proposte per il riconoscimento di una filiera agricola tutta lucana per il latte e i prodotti lattiero caseari, per l’ortofrutta, l’olio d’oliva e il grano. Questa mattina una delegazione della Coldiretti Basilicata composta dai presidenti delle sezioni e accompagnata dal direttore Giuseppe Brillante, ha incontrato, nel corso della mobilitazione indetta dall’Organizzazione agricola per difendere l’agroalimentare dal falso “Made in Basilicata”, il presidente della giunta regionale, Vito De Filippo e l’assessore all’Agricoltura, Vincenzo Viti.
Un documento contenete azioni concrete da adottare come disegno di legge. 

Cinque gli articoli elencati:: 

  • l’utilizzo di prodotti locali da parte della ristorazione collettiva pubblica. I gestori dei servizi devono garantire che nella preparazione dei pasti siano utilizzati prodotti agricoli regionali in misura non inferiore al 50%;
  • il valore dei Mercati e dei punti di vendita diretta Campagna Amica e l’estensione del diritto allo “spazio scaffale” per i prodotti della filiera agricola tutta italiana. Per facilitare l’incontro tra domanda e offerta di prodotti agricoli regionali si propone, altresì, l’introduzione dell’obbligo per i Comuni di riservare aree nell’ambito del proprio territorio su cui gli imprenditori agricoli possano realizzare farmer’s market, all’interno dei quali l’acquisto dei prodotti agricoli regionali è accompagnato da un’adeguata informazione sulla loro origine territoriale e sulle loro peculiarità;
  •  il riconoscimento da parte della Regione della riduzione dell’aliquota IRAP a favore degli esercizi commerciali operanti nel settore della ristorazione e dell’ospitalità che si approvvigionino per almeno il 50%, rispetto al totale di prodotti agricoli e alimentari acquistati nel corso dell’anno, di prodotti agricoli regionali. Agli stessi esercizi deve essere riconosciuto il diritto di fregiarsi di un apposito contrassegno contenente lo stemma della Regione, così da essere più facilmente individuati nella loro veste di esercizi in cui è garantita la somministrazione di prodotti agricoli regionali;
  • l’obbligo a carico di coloro che fanno richiesta del permesso di costruire per la realizzazione, la ristrutturazione, l’ampliamento di centri commerciali e grandi strutture di vendita di garantire che siano offerti in vendita prodotti regionali in misura non inferiore al 30% dei prodotti agroalimentari complessivamente posti in vendita;
  • per consentire un capillare e diffuso controllo del rispetto della vigente disciplina in materia di etichettatura e presentazione dei prodotti ortofrutticoli freschi, secondo quanto risultante dal recente decreto ministeriale del 1° agosto 2005, si dispone che la Regione, le Province e i Comuni,  si avvalgano della polizia amministrativa locale, così da superare il problema più volte evidenziato da Coldiretti della carenza di adeguate forme di accertamento della puntuale applicazione della vigente disciplina in materia di origine dei prodotti agricoli.

    Altra richiesta dell’Organizzazione agricola è quella di una garanzia per il mondo agricolo. “Vanno bene i sostegni economici da parte della Regione, come annunciato, alle industrie di trasformazione – dichiara il vice presidente di Coldiretti Basilicata, Piergiorgio Quarto - ma come condizione vincolante, pena la revoca dei finanziamenti, queste devono assicurare l’approvvigionamento della materia prima agricola esclusivamente dal territorio regionale”.
    Nella tarda mattinata è previsto anche un incontro con i capi gruppo del Consiglio regionale.

    Nella nostra regione Basilicata sono 967 le imprese di allevamento che producono 1.114.000 q.li di latte bovino, oltre 32.000 le imprese che coltivano a grano duro circa 170.000 ettari, più di 5.000 le aziende ortofrutticole del Metapontino, della valle del Bradano e dell’Agri che esprimono oltre 6.000.000 q.li di frutta, agrumi ed ortaggi.
    Nonostante questi importanti quantitativi di produzione, l’importazione di latte, grano e frutta, sia a livello nazionale che regionale, è sempre molto attiva e di elevate quantità: importiamo latte e “semilavorati”, grano e frutta  dalla Lituania, Ucraina, Messico, Cile,  Siria, ecc… che troppo spesso e magicamente, ignari i consumatori, diventa tutto Made in Italy.   Per ogni litro di latte prodotto negli allevamenti dei nostri territori, ce n’è altrettanto importato dall’estero senza che il consumatore ne sappia niente e quindi possa scegliere in maniera consapevole; lo stesso vale (in quantità diverse) per l’olio,  per il grano e per la frutta.
    Il falso “Made in Italy”, in costante crescita, minaccia prima gli agricoltori e poi i consumatori. Sono a rischio le imprese, la filiera,  la genuinità e la sicurezza alimentare del prodotto italiano!
    Questa situazione di non trasparenza permette a molte industrie di trasformazione lattiero-casearia e, purtroppo, anche ad alcune importanti cooperative, di importare latte dall’estero e trasformarlo poi in prodotto “italiano”, innescando così un sistema di competitività distorto a scapito delle imprese agricole che non vedono riconosciuto il valore del loro prodotto e dei consumatori che pagano molto per un prodotto indifferenziato e del quale non solo non si conosce l’origine, ma neanche il processo produttivo e gli standard di sicurezza alimentare a questo collegati.
    In ambito cerealicolo solitamente le industrie sostengono che sono obbligate ad acquistare “qualità” dall’estero perché il nostro prodotto non la garantisce in termini di proteine. Ma considerando che tra i primi Paesi esportatori figurano il Messico e l’Ucraina, dove non esistono assolutamente le nostre stesse norme sanitarie, questa affermazione appare quanto meno poco credibile e viene da chiedersi se il concetto di qualità applicato dall’industria sia lo stesso che il consumatore si aspetta quando acquista pasta e prodotti da forno.

    “La soluzione a questa crisi  senza precedenti del settore lattiero caseario, cerealicolo, ortofrutticolo - sostiene Quarto - passa necessariamente nel riconsiderare la redistribuzione del valore del prodotto all’interno dei vari soggetti della filiera. In modo particolare, chiediamo alla grande distribuzione di separare il falso dal vero “Made in Italy” con spazi dedicati alle produzioni del territorio”.